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giovedì 27 settembre 2012

Doppio miracolo a Milano



L’edizione odierna della Gazzetta dello Sport, si apre, a tutta pagina, con il titolo “Miracolo a Milano”.
Siamo del parere che, per la  Milano calcistica, di miracoli, ieri, ne siano accaduti due: il primo, quello (il solo) celebrato dalla rosea, è la prima vittoria sul terreno di S.Siro/Meazza del Milan.
Ma noi vorremmo celebrare un altro “miracolo”, peraltro non solo ignorato, ma, addirittura, generato dalla stessa Gazzetta: hanno cambiato le regole  (e la logica matematica) di stilare la classifica del nostro massimo campionato di calcio.

In effetti, i lettori possono verificare che, al momento in cui scriviamo, i tre quotidiani sportivi italiani stilano la loro classifica, dopo la quinta giornata,  come segue:
- Corriere dello Sport: in testa la Juventus;
- Tuttosport: in testa la Juventus;
- Gazzetta dello Sport: in testa il Napoli.

Dov’è  il “miracolo”? Non certo nel fatto che la “rosea” si discosta dagli altri due quotidiani, ma nei “perché” (nascosti). 

Leggendo attentamente i numeri della classifica, se ne deduce che Napoli e Juventus hanno lo stesso punteggio (13); hanno giocato lo stesso numero di  partite (5); hanno segnato lo stesso numero di gol in totale (11) ; hanno subito lo stesso numero di gol in totale (2). Perfetta parità.

Chi conosce poco di calcio potrebbe optare per una elencazione in ordine alfabetico (sarebbe comunque prima Juve e seconda il Napoli). Ma la Gazzetta dovrebbe conoscere bene il calcio.

Chi, invece, conosce bene il calcio, sa che esiste un altro “indicatore” che comporta una notevole differenza nella rappresentazione di contingenti  valori delle squadre in parità totale.

Questo indicatore si chiame “media inglese” che assegna un peso diverso in relazione alle partite giocate in casa ed alla partite giocate fuori casa. Questo indicatore, dopo la quinta partita dice: Juventus +4; Napoli +2 (ovviamente, perché la Juventus ha giocato 3 partite in trasferta, mentre il Napoli, in trasferta,  ne ha giocate solo 2).

La cosa strabiliante è che, dei tre giornali sopra citati, solo la Gazzetta riporta, nella classifica, questo indicatore (comunque facilmente calcolabile per chi ne conosce la struttura); e, nonostante ciò (questo è il miracolo: il non rispetto dei valori espressi dai numeri),  inverte la classifica: primo il Napoli con +2, seconda la Juventus +4.

Pechè  è accaduto questo?  E perché è accaduto proprio ad un giornale (appunto, la Gazzetta dello Sport) che si vanta di “fare tendenza?”.

Sorge il dubbio (non il sospetto...) che la questione sia da ricondurre proprio a questa pseudo filosofia; a questo indirizzo a sfondo tendenziale/moralistico; sfortunatamente (?) utilizzato con una evidente anti-juventinità e, quindi, anti-sportività.

Come ormai tutti sanno, è da questo modo di “fare tendenza” (anti Juventus) che è nata la famosa “volontà popolare” sulla quale i giudici sportivi hanno fondato la loro sentenza nell'affare “Calciopoli” di condanna della Juventus.

mercoledì 25 aprile 2012

REGOLE DA CAMBIARE 2 - Provocazione e reazione



Nel precedente articolo della serie “Regole da cambiare”, ci siamo soffermati sulla doppia penalizzazione (rigore ed espulsione) che viene decretata per i falli in area di rigore in caso di interruzione illecita di una “chiara occasione da rete”, con riferimento, in particolare, a quanto verificatosi nel corso del recente Juventus-Roma.

Ebbene, sempre nel corso dello stesso incontro, è accaduto un altro particolare evento che ci dà lo spunto, ora,  per mettere in rilievo un altro aspetto regolamentare che crea non poche perplessità e disagio in merito all'equità delle valutazioni arbitrali/televisive e conseguenti penalizzazioni.

Ci riferiamo al caso dello sputo che il calciatore Lamela, ha rivolto al collega Lichtsteiner; sputo che, non rilevato dai direttori di gara, è stato oggetto di valutazione da parte del giudice sportivo, mediante il ricorso alla “prova televisiva”: tre giornate di squalifica per Lamela; nulla per Lichtsteiner (autore dello sberleffo provocatorio, verso Lamela, con indicazione del 4-0, come chiaramente evidenziato nella stessa ripresa televisiva).

I lettori più attenti, avranno già intuito dove vogliamo arrivare: perché penalizzare solo la “reazione” e non anche la “provocazione”?

Salvo errori di conoscenza, non ci risulta che nel regolamento del gioco del calcio esista una norma specifica in tal senso: vengono, cioè, penalizzate solo le “reazioni”, e non anche le “provocazioni”.
Tuttavia, poiché questa modalità di valutazione si ripete ormai costantemente, dobbiamo necessariamente ritenere che, se proprio non esiste una regola scritta, esistono, almeno, prassi, raccomandazioni, decisioni, sentenze ed altro, che giustificano, nel mondo del calcio l’adozione di questo criterio.

Che riteniamo iniquo. Quindi, da modificare in modo più equanime, soprattutto quando si fa ricorso alla “prova televisiva”.

Riteniamo, infatti, che penalizzare la “reazione”, senza valutare, e, in qualche modo, penalizzare anche la “provocazione” non corrisponda alla sensibilità vigente, nel nostro tempo, riferibile al “buon padre di famiglia” (per utilizzare un criterio di riferimento, già in uso nel nostro Codice Civile).
Ciò, riteniamo, vale soprattutto per le competizioni sportive: dove il “comportamento” (il fair play) ha un valore ben più pregnante rispetto ai comportamenti rilevanti in sede civile o penale; se così non fosse qualcuno ci dovrebbe spiegare a cosa servono le costosissime campagne mediatiche sul fair play a livello mondiale, nelle competizioni sportive.

In conclusione, nel caso portato ad esempio, e ritenendoci “buon padre di famiglia” (portatori, cioè, della “sensibilità media” per i casi del genere), ci saremmo aspettati tre giornate di squalifica per Lamela (per la reazione mediante sputo, quale “reazione” assimilabile a  violenza), ma anche una giornata a Lichtsteiner (per la “provocazione” derivante dalla violazione del criterio di correttezza verso avversari - fair play).

lunedì 23 aprile 2012

REGOLE DA CAMBIARE - Rigore ed espulsione



Ci siamo messi comodamente davanti al televisore, ieri sera, convinti, anche noi (ma lo erano la stragrande maggioranza degli sportivi!), di assistere ad una partita di calcio-spettacolo tra Juventus e Roma: la prima,  in lotta per lo scudetto; la seconda, in lotta per il terzo posto utile per partecipare alla Champions League della prossima annata; entrambe, in grado di esprimere i più spettacolari giochi di squadra del nostro massimo campionato.

Putroppo, sapete tutti come è andata a finire: lo spettacolo,  il vero spettacolo (in verità merito quasi esclusivo della Juventus, a fronte della “solita” Roma “edizione esterna”) è durato solo 28 minuti: cioè fino a quando l’arbitro non ha decretato un rigore a favore della  Juventus  (correttamente, secondo noi), e, purtroppo per la Roma ma, soprattutto, per lo spettacolo, anche l’espulsione del portiere Stekelemburg,  con la conseguenza:

1) di aver applicato il regolamento,  probabilmente non correttamente;
2) di aver decretato la “fine dello spettacolo”, perché, da quel momento, la Juventus ha giocato pensando  solo ad “amministrare  la partita” (come si usa dire in termini mediatici); mentre la Roma ha, analogamente, optato per un gioco inteso a far trascorrere il tempo, senza ulteriori danni, pensando, cioè, solo a non  subire  ulteriori  gol (schierandosi con un 4-4-1 che la dice lunga...).

Come ormai tutti sanno, il regolamento, per i falli commessi in area di rigore prevede, appunto, il rigore, e, in più, nei casi in cui il fallo è diretto ad interrompere una “chiara occasione da rete”, prevede anche l’espulsione del calciatore responsabile del fallo.
I motivi che giustificherebbero la doppia sanzione (rigore ed espulsione) discendono dalla necessità di evitare una sperequazione tra il fallo commesso per evitare la “chiara occasione da rete” e  la sanzione semplice (solo il rigore, che, ovviamente, potrebbe anche non  essere trasformato in gol).

Pur convenendo sulla validità della motivazione, diretta, in definitiva, a porre un deterrente alla convenienza di fare fallo da rigore per evitare un gol quasi certo (esempio: giocatore rimasto solo davanti al portiere o, addirittura, dopo aver scavalcato il portiere) riteniamo che la doppia sanzione, pur intesa a creare una “equità” tra il fallo e la penalizzazione, sia, in realtà, sperequante, per un duplice ordine di motivi:

  • lasciare per tutto il tempo rimanente una squadra a giocare dieci contro undici praticamente pone fine al match, introducendo un motivo di penalizzazione protratto nel tempo e creando, perciò, una sensazione di antisportività prolungata (dieci contro undici) che penalizza in modo esponenziale (quindi, sperequante) la squadra incriminata;
  • come nel caso sopra riferito (Juventus-Roma), si “ammazza” lo spettacolo; per il quale almeno gli sportivi neutrali hanno pagato per assistervi.
In conclusione, riteniamo che la regola in questione debba essere alleviata, nelle conseguenze derivanti dall’applicazione della penalizzazione, tenendo conto che occorre, sempre, assicurare l’equità tra conseguenze del fallo e conseguenze della penalizzazione, e  salvaguardare i concetti di “spettacolo” da assicurare a chi ha pagato per assistervi, ed il concetto di “competizione sportiva” che necessita di parità complessiva di condizioni ambientali di svolgimento. 
Le soluzioni a disposizioni sono tante. Si possono anche desumere da altri sport che già le applicano, un esempio fra tanti: espulsione a tempo predeterminato.
Basta fermarsi e discuterne, con buona volontà di operare e risolvere.


lunedì 27 febbraio 2012

MILAN-JUVENTUS - Ultimo capitolo: le conseguenze


Chiudiamo l’argomento Milan – Juve con una carrellata sui problemi emersi nelle due giornate successive e prima che il giudice Tosel esprima le sue decisioni (mentre scriviamo, sono le 10,27 di lunedi 27).

Prova tv
Dalla diretta televisiva di SKY, e neppure nel lungo post-partita di SKY, era emerso un altro comportamento alquanto violento tenuto da Muntari, che, per sfuggire alla marcatura di Lichtsteiner, in area della Juventus, lo prende letteralmente a pugni e gomitate, atterrandolo come un pugile che manda il suo avversario ko.
La vicenda, riteniamo sia sfuggita completamente alla quaterna arbitrale (ed ai telespettatori), anche perché in quel momento, nell’area juventina, sostava il fumo di in petardo o di un fumogeno piovuto poco prima dagli spalti. In effetti, almeno noi, nella diretta televisiva, non avevamo notato alcunché di particolare.
Solo domenica mattina le riprese, con moviola, sono apparse sugli schermi di SKY - almeno, solo allora chi scrive ne ha preso visione.
Mentre lunedi mattina il fatto narrato viene messo in risalto sia da Tuttosport, sia dal Corriere dello Sport, sia nelle edizioni cartacee che in quelle informatiche (entrambi, prevedono la prova tv); nessun cenno è fatto da parte della “Moviola della Gazzetta”: sfuggito anche alla “moviola della Gazzetta”? O non si fida della moviola altrui?
Riteniamo che, se il fatto non è stato verbalizzato dal gruppo arbitrale, e considerato normale contrasto di gioco, debba essere oggetto di “prova tv” come per il pugno sferrato da Mexes a Borriello.

“Peso specifico” delle sviste arbitrali
L’argomento è stato dibattuto, con toni anche accesi, la prima volta, nel corso del dopo partita andato in onda su SKY, tra Boban (commentatore SKY) e l’allenatore della Juventus Conte.
Ricordiamo che, al 25° del primo tempo, è accaduto il fattaccio del gol “non visto” di Muntari. Mentre, verso il 75° è accaduto l’altro fattaccio dell’ “annullamento del gol” di Matri, regolare secondo l’opinione della generalità degli addetti ai lavori e dei moviolisti.
Dicono i milanisti (e Boban): il gol non visto di Muntari ha pesato di più (maggiore “peso specifico”, per usare le parole di Boban), rispetto a quello annullato a Matri, sulla partita, perché andando sul 2-0 la partita sarebbe stata diversa (intendendo, forse, due cose: il Milan avrebbe gestito meglio la partita; la Juve l’avrebbe considerata “persa”);
Dicono gli juventini (e Conte): non esiste, nel calcio, un peso specifico di due gol (uno per parte) non concessi. Due gol non concessi sono tali e basta.

Riteniamo che entrambi abbiano in parte ragione:
- ha ragione il Milan, perché, in generale, raggiungere il 2 a 0, dà maggiore sicurezza e rende l’incontro (cioè, la parte rimanente dell’incontro!) meglio gestibile dalla squadra in vantaggio (il contrario accade alla squadra in svantaggio);
- ha ragione la Juventus, perché, in particolare, nel caso in esame, il secondo gol era stato segnato al 25° del primo tempo, quando restavano, perciò, 65 minuti ancora da giocare; in una partita che metteva in gioco enormi chances di scudetto; contro una squadra fino ad allora imbattuta, e che, per atteggiamento generalmente riconosciuto, non si dà mai per vinta e che gioca sempre “per vincere” (come, poi, infatti, è accaduto, ha segnato davvero due gol, sebbene uno annullato, dallo stesso segnalinee, con forte odore di “compensazione”).

Adriano Galliani: rottura dei rapporti tra le due società
Apprendiamo, dalle edizioni informatiche dei quotidiani sportivi, che la dirigenza milanista ha dichiarato lo “stop ai rapporti di alleanza” fino ad ora intercorsi con la Juventus (l’articolo, apparso sulla Gazzetta dello Sport, è visibile solo sulla edizione cartacea e non anche su quella elettronica).
La cosa è spiacevole ed è auspicabile che, nei prossimi giorni, con il decantare della ruggine emersa a fine partita, tutto rientri nella normalità.
Certo, appare davvero esilarante (se non peggio) che uno dei massimi artefici delle incomprensioni di questo periodo, tra le due società (lo stesso Galliani, cioè), si ritenga, poi, danneggiato al punto da rompere le relazioni di amicizia (ma non si sa bene per cosa: sembra che, a suo dire, la Juventus stia operando una nuova “Calciopoli”; ma, mancando, al momento, l’ufficialità della decisione, ci asteniamo da ogni commento).

domenica 26 febbraio 2012

MILAN-JUVENTUS - Capitolo 5: risultato 2-2


Non c’è errore di stampa o di informazione, nel titolo di questo articolo.
Infatti, riteniamo giusto archiviare il risultato di questa memorabile partita con il risultato depurato dalle gaffes della quaterna arbitrale, viste e riconosciute tali, dalla generalità degli addetti ai lavori: quindi, due a due conteggiando anche il gol “non visto” di Muntari e il gol “segnato ed annullato”, per fuorigioco inesistente, a Matri.

Il Milan
Il Milan ha giocato, per circa 65 minuti, “alla Juventus”: cioè ferocemente, pressando alto e spendendo energie fino ad ora occulte ed incredibili a vedersi, anche perché effettuato con giocatori indicati più a giocare di fioretto (Robinho, Emanuelson, Pato, Van Bommel) che di esasperato agonismo, pressing e corsa.
In questo periodo, la Juventus ha fatto quello che il Milan le concedeva: cioè poco, quasi nulla; costretta (dal pressing e dall’agonismo inatteso del Milan) ad errori seriali e talora madornali, uno dei quali ha consentito il primo gol di Nocerino (che forse andrebbe catalogato come autorete di Bonucci, considerato che la deviazione è risultata decisiva avendo fatto cambiare direzione al pallone).

La Juventus
Ha “assistito” alla gara del Milan (travestita da Juve) per 65 minuti, nel corso dei quali ha rischiato anche di subire altri gol. Inguardabile.
Negli ultimi 25 minuti, con l’ingresso dei “titolari” , fino ad allora rimasti in panchina (Matri, Pepe e Vucinic) e con l’esaurirsi psicofisico dei milanisti (tornati a giocare “alla Milan”) la Juventus ha cominciato a macinare gioco, con assedio totale e continuo all’area milanista, e raggiungendo il pareggio, maturo, con un gol limpido, frutto di una potente girata al volo di Matri su cross di Pepe.

Tutto il resto
  • il quartetto arbitrale ha lasciato molto a desiderare; e ciò non solo per le due gaffes già ricordate, ma, soprattutto, per aver permesso, per almeno 70 minuti, un gioco alquanto duro e, a volte, violento (soprattutto da parte dei giocatori del Milan, probabilmente non abituati al tipo di gioco “juventino” e portati, quindi, a strafare, magari senza volontà di far male, ma danneggiando comunque gli avversari, senza essere sanzionati dall’arbitro. Poi, nei 20 minuti finali, il metro di giudizio di Tagliavento è cambiato e sono stati mostrati cartellini gialli e rossi in modo seriale e senza criterio apparente;
  • un pugno ben potente di Mexes, a palla lontanissima, sferrato al costato di Borriello non è stato visto dalla quaterna. Se la giustizia sportiva è ancora tale (e su questo nutriamo enormi dubbi) sarebbe d’obbligo la prova televisiva e, come deciso per Ibrahimovic, penalizzare Mexes per tre giornate (questo sì che è stato comportamento “violento”);
  • il post-partita su SKY, è stato alquanto squallido ed indecoroso; con il commentatore Boban, solitamente tranquillo e molto obiettivo nelle valutazioni e nelle considerazioni, esibitosi, ovviamente a difesa dei colori milanisti, in un alterco pirandelliano con Conte; mentre Allegri, amaramente sorridente, vantava le proprie origini toscane che gli consentirebbero di ridere e scherzare di tutto (mentre, in realtà, sparava frecciate velenose verso lo staff Juventino);
  • infine, non poteva mancare il solito Galliani, il quale, ormai fuori dalle grazie, non riuscendo a capacitarsi dall’alto del suo “potere” come possa, a volte, girare storto, secondo le sue teorie, anche al Milan (assenza di Ibra, gol non visto su Muntari), a fine primo tempo, ha inscenato, stando alle cronache mediatiche (ma ad ora, nulla si è visto sulle reti televisive), incresciosi alterchi con l’arbitro (il che sarebbe vietato dal regolamento...) e con Conte.

Ulteriori considerazioni ed approfondimenti al prossimo ed ultimo capitolo di questo Milan Juventus.

lunedì 20 febbraio 2012

MILAN - JUVENTUS, Capitolo 1: Braschi & Co.

E’ iniziata, per il massimo campionato di calcio italiano, “la settimana di passione”, con qualche settimana di anticipo rispetto a quella religiosa che precede la Pasqua: sabato 25 febbraio, serata, in quel di S.Siro –G. Meazza, si giocherà la partita-scudetto tra Milan e Juventus.
Sperando di riuscirci, vorremmo allietare l’attesa dei lettori, tifosi e non tifosi delle due contendenti, con qualche considerazione di assoluto rilievo, cominciando col capitolo 1 e con un argomento che costituisce, da sempre, croce e delizia degli amanti del calcio: arbitri ed arbitraggi (cioè, appunto, Braschi & co).
Come gli sportivi più informati sapranno, recentemente, il designatore degli arbitri, il Sig. Braschi, ha affermato che tutte le squadre (e, quindi, tutte le partite) “meritano uguale rispetto” (dal punto di vista delle designazioni arbitrali, ovviamente).
Bene; questo incontro, Milan - Juventus, in cui le due contendenti si giocano gran parte delle loro chances di scudetto, è il vero banco di prova anche per Braschi: designerà un arbitro (e collaboratori) qualsiasi, come si trattasse di una partita qualsiasi “meritevole di pari rispetto come tutte le altre squadre/partite” o designerà un “pezzo da novanta”?
Chi ha avuto modo di leggere un nostro precedente articolo sull’argomento  sa come la pensiamo: cioè in modo opposto a quello di Braschi.
Dice Braschi: Il rispetto è uguale per tutti (per tutte le squadre/partite).
Diciamo noi: il concetto di Braschi è solo la prima metà (falsa) di un concetto completo (vero): il rispetto è uguale per tutti a parità di condizioni.
E questo nostro concetto, completo, vale non solo nello sport (quindi, anche nel calcio), ma in tutti campi della vita reale.
Braschi & co. sono, appunto, dove sono, proprio per valutare e decidere in merito a queste condizioni: le quali sono tali e tante che non appare corretto lasciarle ad una elaborazione computerizzata (e, inoltre, proprio perché tante e diverse, si prestano a critiche talora anche feroci, secondo i punti di vista). Ma è ineluttabile. E’ il male minore.
Se così non fosse, le designazioni arbitrali potrebbero benissimo essere lasciate ad un “calendario computerizzato” e lo staff di Braschi tornarsene a casa (risparmiando fior di quattrini nostri...).
Ed ecco, quindi, il momento della verità, non solo per il Milan e per la Juventus: ma, direi, soprattutto per Braschi: confermerà il proprio pensiero designando una terna “qualsiasi”?
Intanto, alleghiamo una foto apparsa (“di già”, come direbbe Johnny Stecchino!) nello Juventus Stadium, per rallegrare gli spiriti, proprio sull’argomento “arbitri”.

Buon Milan-Juventus a tutti.

sabato 11 febbraio 2012

JU29RO: we can change!

Ci rendiamo conto che il titolo di questo articolo potrebbe apparire alquanto ostico e misterioso, alla generalità dei lettori interessati al mondo del calcio.
Pensiamo, inoltre, che potrebbe trovare qualche immediata comprensione da parte dei tifosi juventini ed interisti.
Quindi, diamo, da subito, spiegazione del titolo in questione; poi ne illustreremo la problematica:

- “ju29ro” è un acronimo che sta letteralmente a significare “Juventinovero”. E, come appare evidente, mette in risalto il numero 29 che si riferisce, ovviamente, al numero degli scudetti che la Juventus ha vinto “sul campo”. In realtà, come ormai dovrebbero conoscere tutti gli appassionati di calcio, la Federazione Italiana Giuoco Calcio (in appresso: FIGC), ne riconosce solo 27, avendone, per le note vicende di Calciopoli, revocato uno (quello 2004/2005) ed assegnato all’Inter un altro (quello 2005/2006);
- tale acronimo è anche l’effettivo nome di un Club juventino, molto conosciuto (almeno tra i tifosi della Juventus) che pubblica il suo notiziario quotidiano sul relativo blog: www.ju29ro.com
- “We can change”, tradotto, significa “possiamo cambiare” ma è traducibile anche in “dobbiamo cambiare” oppure, che sarebbe, in questo caso, la traduzione più confacente: “è ora di cambiare”. Come alcuni ricorderanno,”we can change”, costituì, circa quattro anni or sono, il grido di battaglia (vincente) nella campagna elettorale che portò Obama alla Presidenza degli Stati Uniti d’America.

E veniamo a noi.
Cosa intendiamo proporre ai lettori, con questo articolo?
Nei giorni che stiamo vivendo, nei momenti in cui scriviamo, gira, nell’aria gelida, innevata e spazzata dal terribile vento di Blizzard, un’idea “che tutti pensano ma che nessuno dice”.
Ebbene,questa idea noi vogliamo dirla; vogliamo cominciare a parlarne: “Cosa accadrà, se la Juventus dovesse vincere lo scudetto della stagione in corso?".

Specifichiamo meglio il problema, con una domanda ai diretti interessati: “Carissimi Petrucci (CONI e relativi organi giudiziari), Abete (FIGC e relativi organi giudiziari) e Moratti (Presidente dell’ Inter), che continuate ancora a far finta di non vedere, di non sentire e, di conseguenza, di non parlarne (appunto come le tre scimmiette), nel malaugurato (per voi) caso che ciò dovesse verificarsi, quale numero di scudetto (e quante stelle...) dovrebbe considerarsi raggiunto, da parte della Juventus?”
Ormai, si parla chiaramente, con qualsiasi sistema mediatico, (non stiamo a citarli, tanto è diffuso il pensiero) che la Juventus appare la più realistica contendente del Milan nella corsa allo scudetto. Addirittura in questi giorni, dopo la chiara vittoria della Juventus sullo stesso Milan, al Meazza, in un incontro valido per la Coppa Italia, si parla ormai chiaramente di “Juventus favorita nella corsa allo scudetto”.
Tutto ciò, per ricordare ai signori Petrucci, Abete e Moratti, che non stiamo parlando di ipotesi irrealistiche; e che, semmai, irrealistico appare il sistematico rinviare, meglio, il rifiutarsi di affrontare, e risolvere, possibilmente prima della fine del campionato in corso, il problema degli scudetti da riconoscere alla Juventus: 27 (riconosciuti) o 29 (vinti sul campo)?
Allora, vogliamo seriamente e, soprattutto, responsabilmente, affrontare il problema?
E, a scanso di equivoci, chiariamo che non stiamo, qui, suggerendo o parteggiando per nessuna soluzione (perché, alla fine, la giustizia, quella “vera”, sistemerà le cose e chi avrà sbagliato pagherà): stiamo semplicemente ricordando che esiste il problema e che, prima che sia troppo tardi, sarebbe opportuno, quanto meno, discuterne.

martedì 7 febbraio 2012

STEFANO BRASCHI: dal truismo al confusionismo


Abbiamo già avuto modo, più volte, di porre all’attenzione dei lettori su come, nei vari settori della vita italiana, abbiano preso sopravvento indirizzi comunicativi oscurantisti: nei linguaggi, stanno prevalendo espressioni incomprensibili e addirittura fuorvianti: ci riferiamo al dilagante politichese, burocratese, sindacalese ed, ora, anche giuridichese.

Questi linguaggi, generalmente utilizzati da persone prive di vitalità, amorfe, oscurantiste, irresponsabili (nel senso che si chiamano fuori dall’impegno di una chiara e civile comunicazione), stanno inflazionando anche la comunicazione sportiva.

Chi scrive ha abbondantemente evidenziato, in precedenti articoli, come, nello sport italiano, un posto di privilegio assoluto, nella comunicazione oscurantista, fine a se stessa, irrispettosa dei destinatari, spetti proprio al massimo esponente sportivo, il Presidente del CONI, Gianni Petrucci, nonché all’altrettanto conclamato Presidente della FIGC, Giancarlo Abete.

Devo ora porre all’attenzione dei lettori un altro personaggio che, in questi giorni, si è espresso in maniera contraddittoria, irreale e, in definitiva, irresponsabile.

Ci riferiamo al designatore degli arbitri per le partite del massimo campionato di calcio italiano, l’ex arbitro Stefano Braschi, chiamato in causa dall’A.D. della Juventus, Giuseppe Marotta, per la sciagurata designazione dell’arbitro Peruzzo per l’incontro Juventus-Siena - arbitraggio giudicato negativamente dalla generalità degli addetti ai lavori e, almeno per salvare la faccia, dallo stesso Braschi.

http://www.gazzetta.it/Calcio/Squadre/Juventus/05-02-2012/marotta-contro-arbitro-rigore-sacrosanto-81251547864.shtml

Dice Marotta:

"Peruzzo non ha visto l’episodio. È una decisione importante. Mi auguro che in futuro vengano designati arbitri all’altezza della situazione. La Juve merita rispetto. Il rigore era sacrosanto, legittimo, trasparente, se ne sono accorti tutti. Come episodio ha la stessa dinamica di quello capitato in Fiorentina-Udinese. L’arbitraggio di Peruzzo è stato insufficiente, tradizionalmente le squadre di testa sono affidate ad arbitri internazionali, invece hanno mandato un arbitro giovane"

Risponde Braschi:

“Cosa vuol dire che la Juve merita rispetto, gli altri non lo meritano? È vero, il rigore poteva anche starci ma noi stiamo facendo girare gli arbitri, gli internazionali e i meno esperti, per tutte le squadre proprio perché credo sia corretto avere rispetto per tutti. Il fatto che la Juve, che è prima in classifica con merito, abbia avuto un solo rigore a volte è anche fisiologico. Io non conoscevo questo dato, ma ricordo un Milan campione d’Italia senza rigori a favore. Mi chiedo: l’ultima non merita lo stesso rispetto? Oggi c’erano partite dove alcune squadre si giocavano il campionato, non si gioca solo per lo scudetto, ma anche per la Champions, per l’Europa League e per la lotta retrocessione. L’arbitro va scelto in funzione della condizione, della partita e di tante altre cose, ma il concetto base è che tutti meritano lo stesso rispetto, Juventus compresa”

Dunque, Braschi inizia la propria comunicazione partendo da evidenze indiscutili, lapalissiane, in definitiva, da truismi (verità vere), come le affermazioni seguenti:
- credo (sic!) sia corretto avere rispetto per tutti (qualcuno ha detto il contrario? Nomi e cognomi,  ci dica nomi e cognomi, prego);
- tutte le squadre meritano rispetto (qualcuno lo ha negato? Ce lo dica, con nomi e cognomi);
- non si gioca solo per lo scudetto ma anche per altri obiettivi, come le coppe europee e la permanenza nella massima serie (qualcuno lo ha negato? Fuori i nomi e i cognomi).

Poi conclude (con riferimento, ovviamente, alle sue designazioni arbitrali):

- il concetto base è che tutti meritano lo stesso rispetto;
- l’ultima in classifica merita lo stesso rispetto.

Dunque da truismi incontestabili a manifestazione di confusione mentale:

- perché non è corretto dire che nelle designazioni arbitrali qualsiasi incontro di calcio merita lo stesso rispetto, cioè lo stesso valore;
- perché la storia delle designazioni dice il contrario: ogni partita ha un suo valore; in base a questo valore si abbinano i valori arbitrali; questo è il difficile compito del designatore arbitrale: valore della partita da abbinare al valore dell’arbitro (o viceversa);
- perché, se così non fosse, ci dica Braschi: ma lui e il suo team cosa ci stanno a fare? Quale attività (ben remunerata) necessaria o indispensabile svolgono? Non può essere lasciato il tutto (cioè le designazioni arbitrali) ad un elenco computerizzato (con costo minimo e solo una tantum)?

In conclusione:

Siamo di fronte ad un’altra esternazione confusa, proveniente da una mente in confusione.
Ancora una volta, infatti, si confonde la frase troncata: “tutti uguali davanti alla legge”, avente valore di principio, cioè un vero truismo, con la frase intera, compiuta, avente valore reale: “tutti uguali davanti alla legge, a parità di condizioni”.

Parità di condizioni che coinvolge variabili in quantità e qualità talmente innumerevoli e diversificate, da richiedere necessariamente la valutazione umana, giammai una elencazione computerizzata.

È questa la funzione affidata al Braschi.

Questo lo hanno capito gli scolari delle elementari; ma non lo ha capito Braschi.

A casa. Ad accudire figli e/o nipotini.

lunedì 6 febbraio 2012

Burocratese, politichese; ed ora anche giuridichese?


Apprendiamo che il Tribunale penale di Napoli ha depositato (rendendole, quindi, pubbliche) presso la Cancelleria, le motivazioni della sentenza adottata nel dicembre scorso, per il processo “Calciopoli”.

Le redazioni giornalistiche (ed, ovviamente, gli studi legali degli interessati) sono impegnate, in questo momento, nella lettura di tali motivazioni (trattasi di circa 500 pagine); ma, nel frattempo, sono stati pubblicati, dalle edizioni informatiche dei vari quotidiani, alcuni “passaggi” ritenuti più importanti ai fini della comprensione della sentenza, che lasciò, ricordiamo, spazio ad ampie discussioni e divergenze interpretative.

Fra i vari “passaggi” motivazionali ne riportiamo uno alquanto rappresentativo del tutto, commentandolo.

In ordine alla alterazione dei risultati sportivi dell’annata calcistica 2004/2005, per la quale la sentenza sportiva e la stessa sentenza penale ora motivata, hanno disposto pesanti condanne e comportato danni economici rilevanti per i soggetti incriminati (in primis, Moggi e la Juventus), si legge:

“Non ve n'è prova; trattasi invero di un reato di pericolo, in quanto il processo non ha in verità dato conferma del procurato effetto di alterazione del risultato finale del campionato di calcio 2004-2005 a beneficio di questo o quel contendente, ma appaiono sufficienti le parole pronunciate nelle conversazioni intercettate, nel cumulo con il contatto telefonico ammantato di clandestinità rappresentato dall'uso di schede straniere, per integrare gli estremi del reato di frode sportiva che è un reato di tentativo”

In questa sede vorrei solo evidenziare come, già in un breve passaggio (seppure tra i più decisivi al fine della comprensione dei motivi della sentenza), esistono espressioni che, seppure inquadrate in un testo di tecnica giuridica, creano disagio di comprensione nel lettore di media cultura.

Non basta; facendo una ricerca sul Codice Penale, non abbiamo trovato alcunché circa i due reati (che potrebbero indicare la stessa cosa, se interpretiamo correttamente il passaggio sopra riportato):
- Reato di pericolo;
- Reato di tentativo.

Anche sfogliando l'enciclopedia elettronica Wikipedia abbiamo accertato che non esistono pagine o articoli aventi ad oggetto i due suddetti reati. Non esistono.
Abbiamo, invece, trovato all’articolo 56 del Codice Penale, il reato riguardante il “Delitto tentato” la cui lettura non dovrebbe creare difficoltà di comprensione allo stesso “lettore di media cultura”.

Allora cosa avranno voluto intendere i giudici con le citate espressioni?

1 - volevano effettivamente riferirsi al “Delitto tentato” di cui all’art. 56 C.P.? Ma, nell’affermativa, perché modificare il “nomen juris” e confondere, così, la comprensione delle cose?
2 - se non volevano riferirsi all’art. 56, a quale articolo del C.P. fanno riferimento? Possibile che nel Codice Penale non esistano articoli rubricati “reato di pericolo” e “reato di tentativo”? Se li sono inventati i giudici per l’occasione? Difficile a sostenersi.

Fatta salva, ovviamente, la nostra ignoranza giuridica e la nostra incapacità di operare approfondimenti attraverso gli strumenti cartacei e multimediali, dobbiamo malinconicamente concludere, anche sulla base di altre esperienze analoghe già vissute, che, dopo il politichese, il burocratese, il sindacalese, siamo ormai arrivati al giuridichese; e così continuando, di “ese” in “ese” ci ritroveremo tutti nella nuova Babilonia.

JUVE-SIENA: "Stadium" pericoloso?

Si è tanto parlato, nel bene o nel male, dello “Juventus Stadium”.
Ancora in attesa di uno sponsor che dia il proprio nome all’impianto, ed a seguito delle recenti polemiche circa la pericolosità dell’impianto stesso che non sarebbe stato costruito con adeguati criteri di sicurezza, la fantasia popolare avrebbe proposto, nel frattempo, di chiamarlo “Maalox Stadium”. E ciò, sia in riferimento alle polemiche sulle presunte imperfezioni costruttive, sia per il malessere che dovrebbe incutere ai giocatori delle squadre avversarie; tanto che si è dissertato perfino su quanti punti in più la Juventus raccoglierebbe, ogni anno, in virtù della logistica dell’impianto, con i tifosi che fanno sentire il loro fiato sulle facce dei giocatori avversari (ed anche su quelli juventini, spronandoli praticamente per novanta minuti).
Bene.
Nella giornata di campionato di calcio giocata ieri, 5 febbraio (tutte alle ore 15 della domenica), è accaduto, nel corso della partita Juventus-Siena, un fatto inspiegabile che, proprio perché tale, merita di essere approfondito.
A circa 20 minuti dalla fine dell’incontro, con la Juve alla ricerca del gol-vittoria, a seguito di un cross dalla sinistra, il calciatore del Siena Vergassola, in area di rigore, ferma il pallone con un braccio largo ed alto.

Da notare:
- che l’arbitro era di fronte, a pochi metri (4 o 5), con visuale totalmente libera;
- che il segnalinee, molto probabilmente, era impedito nella visuale in quanto lontano e con l’area di rigore affollatissima;
- che, appena accaduto il fatto, lo Juventus Stadium è letteralmente esploso, “chiedendo” il calcio di rigore; altrettanto, ovviamente, hanno fatto i giocatori juventini, in campo ed in panchina.
Allora, perché l’arbitro (il giovine Peruzzo) non ha fischiato?
In questi casi, si dice che non c’è scampo all’alternativa:
- l’arbitro ci vede poco;
- l’arbitro è in mala fede.
In entrambi i casi, l’arbitro dovrebbe cambiare mestiere.
Ebbene, noi non vorremo credere né all’una né all’altra ipotesi. E, naturalmente, avremmo da proporre una terza ipotesi.

Chi ha assistito all’incontro (dal vivo, ma anche in televisione) si sarà reso conto come, al momento dell’impatto braccio-pallone, nello Juventus Stadium è esploso un boato assordante con un messaggio rivolto all’arbitro: “è rigore e lo devi fischiare”. Altrettanto hanno chiesto con eclatante visibilità, i giocatori juventini, in campo e in panchina.
La situazione era alquanto assurda: un uomo solo, peraltro giovane, e, perciò stesso, alquanto inesperto, competente a prendere una decisione, in pochi attimi, in contrasto con una decisione “già presa” da una marea di persone, non competenti a prenderla.

Questo, a nostro parere, è il punto da focalizzare.
Va aggiunto, perciò, che, già nel corso dell’incontro erano emerse situazioni analoghe (non così gravi, ai fini del risultato della partita, ma altrettanto indicative e significative del contrasto emergente Stadium-Arbitro: molte fischiate/non fischiate dell’arbitro, erano state sonoramente contestate dallo “Juventus Stadium”.
Cosa vogliamo dire?
Che, escludendo la cecità dell’arbitro e la mala fede dello stesso, riteniamo che la terza ipotesi sia da ricercare nell’esasperazione dell’arbitro, accumulatasi nel corso della partita, fino alla catarsi finale, nel momento del rigore negato: “qui decido io e non tu, Juventus Stadium”.
Ecco, quindi, spiegato il titolo di questo articolo: attenzione, la pericolosità dello Juventus Stadium non è tanto quella concernente le ipotetiche imperfezioni edificative, ma la (altrettanto ipotetica) incidenza sul normale decorso delle partite, attraverso il condizionamento dei giocatori (avversari e casalinghi) ma, soprattutto, dell’arbitro e soprattutto se giovane e, quindi, ancora psicologicamente non in grado di assorbire e sublimare i condizionamenti ambientali (come, appunto, nel caso di ieri, quelli dello Juventus Stadium).
Se ciò dovesse sembrare condivisibile, si dovrebbe ormai cominciare una nuova discussione: quanti punti “perderà” la Juventus (e non, viceversa, quanti ne guadagnerà) “per colpa” del suo Stadium?